“La quarantena tra necessità e rischi connessi”

Analisi di una review

Prof. Roberto Brugnoli

Lo scoppiare della pandemia del Covid-19 ha imposto in tutto il pianeta l’attuazione di misure di contenimento del contagio. Molti Paesi tra quelli più colpiti sono dovuti ricorrere perciò a misure di quarantena di massa, i cosiddetti “lockdown”. Questo stato di emergenza, pressoché inedito in Europa, ha aperto un ampio dibattito sugli effetti di questa serrata, che coinvolge tanti aspetti della nostra vita, a partire da quello psicologico. Nel tentativo di presentare in tempo utile una sintesi degli studi che hanno analizzato l’impatto psicologico delle precedenti misure di quarantena è uscito, alla fine di Febbraio, un importante contributo sul Lancet ad opera di un team di ricerca del Department of Psychological Medicine del King’s College di Londra (S.K. Brooks et al.)

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La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità aveva del resto sin da subito caldeggiato ricerche in tal senso, al fine di poter aiutare gli Stati colpiti dal virus nell’elaborazione delle misure di contenimento del contagio.

In questo articolo presenteremo perciò i risultati di questa ricerca, che appaiono tuttora molto utili per poter comprendere la situazione che ci ha visti coinvolti negli ultimi mesi. 
 Risulta innanzitutto utile differenziare la quarantena dall’isolamento: mentre la prima è preventiva e coinvolge chiunque sia stato potenzialmente esposto al contagio, il secondo riguarda persone a cui è stata diagnosticata una malattia contagiosa. Spesso i due termini sono usati in maniera intercambiabile, ma la differenza è invece sostanziale.

Negli ultimi venti anni si è ricorsi più volte alla quarantena, come è avvenuto ad esempio nel 2003 in Cina e in Canada per la sindrome respiratoria acuta grave (SARS) o nell’Africa Occidentale nel 2014 a causa dell’Ebola. Ciò ha permesso la creazione di una letteratura scientifica sul tema degli effetti psicologici delle misure di contenimento delle epidemie, dalla quale il team del King’s College ha selezionato poi 24 ricerche da analizzare nel proprio contributo di sintesi. Tra queste, svolgono un ruolo di particolare rilievo quegli studi comparativi e/o di più lunga durata che permettono di indagare le dinamiche psicologiche con un più ampio respiro.

L’elemento principale evidenziato dalla ricerca è l’esistenza di effetti negativi sulla salute mentale associati con le misure di quarantena. Come vedremo, i fattori che giocano un ruolo su questi effetti sono sia insiti nella quarantena stessa che dipendenti dalle modalità e dall’efficienza della sua gestione. Emerge infatti chiaramente dalla ricerca che la scelta di attuare una quarantena di massa vada profondamente soppesata, valutando attentamente i rischi psicologici e i benefici per la comunità. La ricerca ha evidenziato che i sintomi negativi della quarantena possano essere disturbi emotivi, depressione, stress, irritabilità, insonnia, sintomi da stress post traumatico, rabbia ed esaurimento.

Le diverse ricerche hanno evidenziato una serie di fattori, sia sociali che individuali, che possono influenzare negativamente la gestione psicologica della quarantena. Uno dei fattori principali di stress è la mancanza di informazioni chiare circa la durata, le modalità e i fini della quarantena. Tra gli studi effettuati sembra che anche le informazioni poco chiare sulla malattia, sulle modalità di diffusione e sui sintomi scatenino un senso di paura di potersi ammalare o di poter contagiare i propri cari. La precarietà lavorativa e finanziaria, spesso è causa non solo di stress, ma genera anche un senso di frustrazione qualora ci si veda costretti a dover dipendere economicamente dalle proprie famiglie. Vari studi hanno inoltre dimostrato che la paura di avere difficoltà nel riuscire a reperire beni di prima necessità e ad avere un libero accesso alle cure mediche è un elemento di forte stress psicologico da tenere in considerazione. Un altro elemento di attenzione è la possibilità che lo stigma cui possono essere sottoposti gli individui in quarantena possa esacerbare dissidi culturali, etnici e religiosi preesistenti.

La review suggerisce che lo stare in quarantena sia un predittore di sintomi da stress post- traumatico, anche ad anni di distanza. Si è cercato di identificare possibili elementi anticipatori per capire se esistano categorie a rischio e fattori demografici e sociali che possano incidere particolarmente. Al momento la letteratura scientifica non permette risposte univoche, anche se esiste un certo consenso su alcune categorie. Tra i soggetti a rischio sembrano essere ad esempio coloro che hanno una storia di malattie psichiatriche pregresse che, secondo alcuni studi, mostrano spesso sentimenti di ansia e rabbia nei 4-6 mesi successivi alla quarantena.
Tra gli studi presi in esame dalla ricerca sembra inoltre emergere la necessità di porre una particolare attenzione agli operatori sanitari, che appaiono essere particolarmente vulnerabili, vista la loro posizione nei confronti della malattia. Come anche la cronaca ha evidenziato, questa vicinanza alla malattia può far esacerbare episodi di stigmatizzazione sociale, per la paura di una parte della popolazione che questi possano essere vettori del contagio.

Diversi studi hanno dimostrato come per i sanitari costretti a casa l’impossibilità di aiutare i colleghi sia fortemente difficile da gestire sul piano psicologico. Da una parte vi è infatti il senso di colpa del non poter aiutare, e quindi di creare un danno ai propri colleghi, dall’altra il forte senso di isolamento dato dalla lontananza dal proprio gruppo di lavoro.
 La dirigenza ospedaliera dovrebbe perciò immaginare un piano di supporto per gli operatori sanitari che devono affrontare la quarantena, diminuendo il senso di isolamento dal proprio team e lo stress causato da questa condizione forzata. Alcuni studi hanno infatti comparato lo stato psicologico tra gli operatori sanitari costretti alla quarantena con quelli che non lo sono stati ed è emerso che per i primi si prospetta una più alta possibilità di disturbi psicologici quali esaurimento, ansia, irritabilità, indecisione, peggioramento delle prestazioni lavorative, che in alcuni casi portano anche alla presa in considerazione delle dimissioni.

La ricerca suggerisce che gli effetti negativi della quarantena possano essere almeno parzialmente mitigati da una serie di fattori, ai quali le istituzioni debbono perciò prestare attenzione. Per poter alleggerire il più possibile questa situazione bisogna, ad esempio, cercare di contrastare il senso di noia e isolamento e fornire istruzioni adeguate e pratiche per combattere questi stati d’animo. Andrebbe garantita inoltre una rete di supporto psicologico e andrebbe attivato online o telefonicamente un sostegno per coloro che vogliono avere maggiori informazioni sulla malattia e su come comportarsi adeguatamente con le persone con cui condividono l’abitazione. E’stato poi evidenziato che tra gli elementi fondamentali per gestire in maniera positiva la quarantena ci sia quello di avere un cellulare funzionante e una buona copertura wi-fi per poter mantenere attiva la propria rete di contatti, ma anche per poter rassicurare i proprio cari sul proprio stato di salute. Sempre al fine di mantenersi attivi individualmente e socialmente, alcuni studi evidenziano la funzione positiva dell’esercizio del lavoro in smartworking, anche a costo di abbassare la produttività.

Un aspetto molto interessante che emerge dall’articolo è che, per aiutare a vivere in maniera più serena la quarantena, bisogna avere la consapevolezza che lo si stia facendo anche per il bene della collettività e per tutelare e aiutare i soggetti più deboli.
In conclusione la ricerca suggerisce che le conseguenze della quarantena possano essere a lungo termine, non solo per i singoli che si ritrovano a viverla, ma anche per il sistema sanitario e l’amministrazione pubblica a tutti i livelli. Appare perciò di primaria importanza, qualora la quarantena sia necessaria, considerare gli effetti psicologici e mettere in campo una risposta pubblica che si adoperi per mitigarli al meglio.

Autore

Roberto Brugnoli
Roberto Brugnoli
Professore aggregato di Psichiatria, SSD MED/25
Sapienza Università di Roma, Facoltà di Medicina e Psicologia, Dipartimento NESMOS Azienda Ospedaliera “Sant’Andrea”, Via di Grottarossa 1035-1039, 00189 ROMA
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